Sono bastate poche settimane perché il conflitto in Medio Oriente gettasse nello scompiglio il comparto ortofrutticolo italiano e la fragile tregua concordata tra Stati Uniti e Israele da un lato, Iran dall’altro, non è bastata a placare l’allarme. I prezzi di frutta e verdura infatti hanno immediatamente subito dei rincari, in alcuni casi si parla di aumenti addirittura del 30-50%, e il rischio è che si inneschi una pericolosa spirale che potrebbe aggravare ancora di più l’impatto del conflitto.
Gli agricoltori, infatti, si trovano a fronteggiare costi di produzione nettamente superiori — causati dagli aumenti non solo del gasolio agricolo, ma anche dei fertilizzanti — tanto che chi può sta pensando di seminare colture meno onerose. Per i consumatori, poi, la stangata rischia di essere doppia, visto che all’aumento dei prodotti ortofrutticoli potrebbe aggiungersi anche quello dei trasporti. Con il paradosso che una parte significativa della produzione destinata all’export potrebbe non partire mai: i giornali già danno notizia di container bloccati nei porti italiani.
Il nodo dei fertilizzanti
Il conflitto in Medio Oriente ha paralizzato il commercio dei fertilizzanti azotati, e in particolare l’urea. Questo concime si ricava infatti dall’ammoniaca, che a sua volta si produce a partire dal metano. La riduzione della disponibilità di gas nei paesi arabi coinvolti nel conflitto – in particolare il Qatar – ha compresso la produzione di urea a livello globale, con effetti immediati sulle quotazioni internazionali: il prezzo è quasi raddoppiato rispetto ai livelli pre-conflitto, superando gli 800 euro a tonnellata. Per gli agricoltori italiani questo si traduce in un aggravio di circa 200 euro per ettaro, una voce di costo che da sola rischia di compromettere la sostenibilità economica di intere aziende agricole.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche il comportamento dei fornitori e dei distributori italiani, che in questo momento stanno adottando una strategia attendista, razionando gli acquisti in attesa di capire come si evolveranno le quotazioni. Il ricordo di quanto accaduto con la guerra in Ucraina è ancora fresco: allora diversi operatori fecero scorta non appena le quotazioni erano iniziate a salire. Il prezzo tuttavia scese nel giro di poche settimane, e di conseguenza quei player si trovarono con i magazzini pieni di merce che nel frattempo si era svalutata. Questa prudenza, comprensibile sul piano commerciale, finisce però per rendere ancora più difficile per gli agricoltori programmare le semine dei prossimi mesi.
Le alternative esistono, ma non sono una soluzione rapida
Ovviamente esistono altri fertilizzanti, ma le alternative non sono sempre praticabili, a iniziare dagli NPK — che combinano azoto, fosforo e potassio. Anche in questi casi si sono registrati dei rincari (anche se decisamente meno sostenuti, si parla del 10-20% in più) dovuto all’aumento dei costi energetici necessari alla loro produzione. Il problema maggiore è che questi prodotti vengono utilizzati per sostenere la fioritura e la fase di fruttificazione, ma non sono in grado di rimpiazzare l’apporto azotato dell’urea.
Sul fronte dei concimi organici, il discorso è ancora più complesso. I fertilizzanti di origine animale o vegetale rilasciano i nutrienti in modo più graduale e migliorano la struttura del suolo nel lungo periodo, ma non sono in grado di fornire l’apporto immediato e concentrato di azoto che alcune colture richiedono in fasi critiche del ciclo produttivo. Passare dai concimi chimici a quelli organici richiede una pianificazione pluriennale, non un aggiustamento dell’ultima ora imposto dall’emergenza dei prezzi. Per certe colture, in sostanza, l’urea rimane insostituibile, quantomeno nel breve e nel medio periodo, e le alternative — dove esistono — hanno costi più elevati e rese inferiori.
Le coltivazioni più a rischio e i dati sulla resa
Non tutte le colture sono esposte allo stesso modo e occorre fare valutazioni diverse per le coltivazioni permanenti e per quelle stagionali. Per i frutteti, ad esempio, si stimano aumenti medi di 35 euro per tonnellata, nel caso degli uliveti si parla addirittura di un aumento dei costi di 205 euro per ettaro.
Tra le coltivazioni non permanenti, la situazione appare particolarmente critica per i cereali, con rincari stimati tra i 65 e gli 80 euro per ettaro, che per il mais possono arrivare fino a 200 euro. Oltretutto il conflitto è esploso in una fase dell’anno – la primavera – che è cruciale per queste coltivazioni. In questo periodo infatti il grano ha maggiore bisogno della concimazione azotata, mentre per il mais ci si trova a ridosso della semina, operazione che richiede un apporto consistente di questo fertilizzante.
Di fronte ai prezzi attuali, molti coltivatori stanno valutando di rinunciare al mais e orientarsi verso colture che richiedono un minore apporto di fertilizzanti. Una delle alternative è la soia, ma bisogna considerare che il seme va prenotato con largo anticipo.
L’altra soluzione è di utilizzare quantitativi inferiori di fertilizzanti, accontentandosi però di una resa inferiore. Secondo Assofertilizzanti, senza alcun impiego di urea, le rese del mais calerebbero del 36%, quelle del frumento di una quota compresa tra il 17 e il 25%, e quelle del riso addirittura del 63%.
Il doppio colpo dei trasporti e il blocco dell’export
Se la crisi dei fertilizzanti colpisce il comparto nella fase produttiva, il nodo dei trasporti rischia di farlo affondare nella fase commerciale. La merce che viene prodotta in Italia per il 99% viaggia su gomma e il costo del trasporto, che inevitabilmente risente del forte aumento dei carburanti, va a ripercuotersi sul prodotto finale. Per il consumatore questo si traduce in un ulteriore rincaro che si somma a quello già causato dall’aumento dei costi di produzione.
Altrettanto critica la situazione l’export. Le eccellenze italiane — dalla frutta fresca come mele e kiwi, ai prodotti a denominazione — erano riuscite negli ultimi anni ad aprirsi nuovi sbocchi nei mercati mediorientali. Oggi quelle rotte commerciali sono bloccate, e diverse aziende esportatrici già denunciano di avere dei container fermi nei porti italiani. E si teme che tutto questo possa ripercuotersi anche nella lotta ai cibi italian sounding.
Fabio Chemello Componente del Comitato Direttivo della Consulta della Mediazione Merceologica FIMAA Italia – Mediatore in prodotti ortofrutticoli



