Il mercato spagnolo della carne suina sta affrontando una tempesta perfetta: ai focolai di peste suina africana che sono esplosi a dicembre scorso – e che hanno immediatamente spinto diversi mercati chiave a bloccare le importazioni – si aggiungono adesso i dazi commerciali imposti da Trump e le tensioni commerciali con la Cina. Madrid ha prontamente tagliato i prezzi, raggiungendo livelli irrisori, ed è così riuscita a riversare l’eccesso di produzione sui mercati europei.
In questo modo tuttavia non ha solamente abbattuto i margini per gli esportatori, ma ha anche aumentato la pressione sui prezzi in tutti i mercati europei. Peraltro, già in fibrillazione perché l’aumento dei costi della soia ha minato la redditività degli allevamenti. La filiera suina del Vecchio Continente adesso rischia perdite superiori a 15 milioni di euro, con l’ulteriore conseguenza che le merci non esportate negli Stati Uniti restino sul nostro mercato innescando un ulteriore calo.
Il gigante europeo della carne suina
La Spagna è il principale produttore di carne suina dell’Unione europea, con una quota che supera il 25% dell’intera produzione del blocco, e il terzo a livello mondiale dopo Cina e Stati Uniti. Nel 2024 il Paese iberico ha prodotto circa 5 milioni di tonnellate di carne di maiale, generando un valore di 8,8 miliardi di euro in esportazioni. Si tratta di un settore strategico per l’economia agricola spagnola, profondamente integrato nelle filiere di tutta Europa e con proiezioni importanti verso i mercati extra-UE, dagli Stati Uniti all’Asia.
Proprio questa centralità globale rende la Spagna particolarmente vulnerabile agli shock simultanei che si stanno verificando: ogni turbolenza che colpisce i suoi principali canali di sbocco commerciale si ripercuote immediatamente sull’intero ecosistema europeo, con effetti a catena difficilmente contenibili.
Il focolaio di PSA in Catalogna
Il 26 novembre 2024 i cadaveri di due cinghiali selvatici vengono ritrovati nei pressi dell’Università Autonoma di Barcellona, nell’area di Bellaterra, a nord della capitale catalana. I test confermano la presenza del virus della Peste Suina Africana (PSA): si tratta dei primi casi accertati in Spagna dal 1994. A questi si aggiungono rapidamente altri quattro casi, trasformando quello che poteva sembrare un episodio isolato in un focolaio con ripercussioni sistemiche.
Le autorità spagnole attivano immediatamente un protocollo di contenimento basato sul modello europeo, che prevede la definizione di tre zone concentriche a diverso livello di rischio attorno al punto di rilevazione del virus, con restrizioni sugli spostamenti di animali e prodotti. Vengono intensificati i controlli negli allevamenti e nei macelli, avviati campionamenti sulla fauna selvatica e rafforzate le misure di biosicurezza nei trasporti, con obblighi rigorosi di pulizia e disinfezione.
Le frontiere che si chiudono
Il focolaio ha immediatamente innescato una reazione a catena sui mercati internazionali. Una serie di Paesi come Giappone, Filippine, Malesia, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam, Messico, Cile, Ecuador hanno adottato un blocco totale o misure rigidissime alle importazioni. Altri – a iniziare da Cina, Stati Uniti, Canada e Regno Unito – hanno invece adottato il principio di regionalizzazione, limitando il divieto solo alle aree colpite. Il conto è comunque salatissimo,i mercati che hanno tagliato le importazioni sono una quarantina.
La chiusura simultanea di questi mercati ha avuto un impatto immediato sull’intera filiera spagnola: non solo sui macelli e sulle aziende esportatrici, ma anche sugli allevamenti, gli impianti di trasformazione e i servizi logistici.L’eccesso di offerta che ne è derivato ha fatto precipitare le quotazioni, creando le condizioni per un riversamento massiccio di prodotto sui mercati europei, le perdite degli allevatori spagnoli si attestano a oltre 47 milioni di euro a settimana.
La guerra dei dazi con Washington e Pechino
Sul già fragile equilibrio del mercato spagnolo si sono abbattute adesso le scelte di politica commerciale della Casa Bianca. Senza contare che – con la guerra in Iran e le forti critiche espresse dal presidente spagnolo Pedro Sanchez – Trump ha addirittura minacciato un embargo nei confronti dei prodotti spagnoli. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato extra-UE per il prosciutto iberico, ma chiaramente – se i dazi raggiungeranno il 30% – questo sbocco commerciale potrebbe perdere la sua importanza strategica. E Madrid potrebbe vedersi costretta a abbassare i prezzi per trovare acquirenti altrove – soprattutto sui mercati europei.
Parallelamente, le tensioni commerciali con la Cina hanno raggiunto livelli critici, con dazi che a fine 2025 hanno toccato il 62,4% sui prodotti europei. Anche il mercato cinese, storicamente uno dei principali acquirenti di carne suina spagnola, si è così notevolmente ridotto. Le guerre commerciali rischiano di comprimere in modo drammatico le possibilità di collocamento del prodotto spagnolo, che finisce per gravitare in modo sempre più massiccio sul mercato comunitario, alterandone gli equilibri di prezzo.
L’impatto sull’Europa
La Spagna è il principale fornitore di carne suina dell’Unione europea, con flussi commerciali consolidati verso Italia, Germania, Francia e Polonia in particolare. L’improvvisa disponibilità di grandi volumi a prezzi fortemente ribassati ha creato una distorsione significativa sui produttori di queste aree che adesso per restare competitivi si vedono costretti a rinunciare a una fetta significativa dei propri margini. Il pericolo maggiore è l’effetto a cascata: il prodotto che la Spagna non riesce a esportare negli USA o in Asia resta all’interno del mercato europeo e aumenta l’offerta complessiva facendo scendere ulteriormente i prezzi.
L’Italia tra dipendenza dall’import e produzioni d’eccellenza
L’Italia è strutturalmente dipendente dalle importazioni di carne suina per soddisfare il fabbisogno della propria industria salumiera: il tasso di autosufficienza si attesta intorno al 57,5% (dati 2023-2024), e quindi dipende dalle importazioni per oltre il 40. Anche se non ci sono dati ufficiali sui Paesi di provenienza, la Spagna occupa stabilmente il ruolo di principale fornitore, con volumi che alimentano una quota consistente della produzione italiana.
È tuttavia fondamentale distinguere i diversi utilizzi di questa materia prima importata. I grandi prodotti DOP – Prosciutto di Parma e Prosciutto di San Daniele in testa – sono vincolati da rigidi disciplinari che richiedono suini nati, allevati e macellati in Italia, secondo precisi standard di peso, alimentazione e tracciabilità. Per questi prodotti d’eccellenza, la carne spagnola non entra in gioco.
Il discorso cambia radicalmente per le produzioni IGP e soprattutto per la vasta area dei salumi non certificati o di largo consumo. I prodotti a Indicazione Geografica Protetta richiedono che la lavorazione avvenga in una specifica area geografica, ma non impongono necessariamente che i suini siano allevati nel Paese: in questi casi la materia prima straniera, inclusa quella spagnola, è ammessa. Ancora più ampia è la libertà per mortadella, salumi industriali e una lunga serie di insaccati non DOP/IGP, che però rappresentano la quota più consistente del mercato.
Le prospettive: incertezza sui prezzi e urgenza di una risposta europea
Le autorità spagnole hanno avviato un processo di vigilanza che potrebbe protrarsi fino a 12 mesi, durante i quali le restrizioni sulle esportazioni verso i paesi terzi resteranno almeno parzialmente in vigore, alimentando l’eccesso di offerta intra-europeo. Nel frattempo, l’evoluzione dei dazi americani e delle tensioni con la Cina rende il quadro ancora più incerto.
Per l’Italia, questa situazione ha una doppia valenza: da un lato, l’industria salumiera non-DOP può beneficiare nel breve periodo di materia prima a prezzi più bassi; dall’altro, la destabilizzazione dell’intera filiera suina europea rischia di produrre effetti negativi duraturi, con ripercussioni che potrebbero toccare anche le produzioni nazionali di qualità, in un contesto già segnato da volatilità e incertezza. La risposta non può che essere coordinata a livello europeo: la crisi spagnola è, a tutti gli effetti, una crisi europea.
Maria Elettra Triani, Componente del Comitato Direttivo della Consulta della Mediazione merceologica di FIMAA Italia – Mediatore in carni suine e salumi



