Tra i molteplici effetti della guerra in Iran, è fondamentale considerare il duro impatto che sta esercitando sull’intero comparto agroalimentare. In particolare, i rincari diffusi di petrolio, gas e dei loro derivati, uniti alle difficoltà legate al blocco o rallentamento dei traffici marittimi, stanno incidendo in modo significativo sui costi di produzione e distribuzione dei beni alimentari.
L’aumento del carrello della spesa
La produzione agroalimentare si basa su una combinazione di fattori essenziali: energia, fertilizzanti, acqua, condizioni climatiche favorevoli e lavoro umano, supportato dall’impiego di macchinari. Tra questi elementi, energia e fertilizzanti rappresentano oggi le componenti più vulnerabili alle dinamiche internazionali.
L’urea, ad esempio, è il fertilizzante più utilizzato al mondo grazie all’elevata concentrazione di azoto (pari al 46%), elemento indispensabile per la crescita delle piante. Il suo utilizzo consente incrementi di resa anche di tre o quattro volte rispetto alle coltivazioni prive di apporto azotato. Tuttavia, il peso economico di questo prodotto è cresciuto drasticamente: se prima della crisi incideva per circa il 20% sui costi di produzione, oggi si avvicina al 40%, comprimendo fortemente i margini degli agricoltori.
Come evidenziato dal grafico (tratto dal sito Investing.com) relativo alle quotazioni dell’urea granulare sul Chicago Mercantile Exchange, si osserva un marcato trend rialzista nell’ultimo anno, frutto delle vicende nel Medio Oriente.

Il legame tra le tensioni nello Stretto di Hormuz e il prezzo dell’urea è diretto. L’Iran, infatti, è tra i principali produttori mondiali di questo fertilizzante; le restrizioni alle esportazioni determinano una riduzione dell’offerta globale. Paesi fortemente importatori, come Cina e India, sono quindi costretti a rivolgersi ad altri fornitori, tra cui Algeria ed Egitto, tradizionalmente legati al mercato europeo, generando un effetto domino che spinge i prezzi verso l’alto su scala internazionale.
L’urea è prodotta a partire dal metano, attraverso processi chimici che coinvolgono idrogeno e ammoniaca. Il metano rappresenta fino all’80-90% del costo totale di produzione; di conseguenza, qualsiasi aumento del prezzo del gas si riflette inevitabilmente sul costo finale del fertilizzante.
Questo squilibrio si traduce in un peggioramento del cosiddetto “rapporto di scambio”: se all’inizio dell’anno erano necessari tre quintali di grano per acquistare un quintale di urea, oggi ne servono cinque, evidenziando una perdita significativa nelle capacità di investimento degli agricoltori.
Le ripercussioni dell’impennata del petrolio
L’aumento delle quotazioni del greggio produce effetti rilevanti e articolati sull’intero sistema agricolo. In primo luogo, determina un incremento diretto dei costi operativi: carburanti per i macchinari agricoli, energia per i sistemi di irrigazione e per la trasformazione dei prodotti. Complessivamente, i costi energetici rappresentano tra il 25% e il 30% dei costi di produzione agricola, e il solo carburante agricolo ha registrato aumenti compresi tra il 30% e il 40% a seguito delle recenti tensioni.
Il grafico relativo alle quotazioni del petrolio Brent (tratto dal sito Investing.com), mostra chiaramente una dinamica crescente a partire dall’autunno 2025, con un’accelerazione significativa nei mesi più recenti.

Questo andamento riflette l’incertezza dei mercati energetici e le criticità geopolitiche legate alle aree di produzione e transito.
Un secondo effetto, spesso meno immediato ma altrettanto rilevante, riguarda la logistica. L’aumento del prezzo del petrolio si traduce in maggiori costi di trasporto e di conservazione delle merci (ad esempio per il mantenimento della catena del freddo nei magazzini), incidendo ulteriormente sul prezzo finale dei prodotti.
Il blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta, in questo contesto, un elemento di criticità estrema: esso ostacola la circolazione delle merci sia in entrata che in uscita dai mercati europei, compromettendo l’approvvigionamento delle materie prime e la capacità di esportazione dei prodotti finiti. Le conseguenze si estendono ben oltre l’area direttamente coinvolta, generando ripercussioni sulle catene logistiche globali e sulla stabilità economica delle imprese orientate all’export e all’import. Nel complesso, tutti questi fattori si riflettono direttamente sui prodotti che arrivano sulle nostre tavole, contribuendo all’aumento dei prezzi e alla riduzione dell’offerta.
Il peso dell’incertezza
Ma c’è anche un altro effetto, meno visibile: l’incertezza. Quando le persone temono per il futuro, tendono a spendere meno, soprattutto per ciò che non è essenziale. Si riducono le uscite, i viaggi, le cene fuori. A farne le spese sono quindi anche ristoranti, operatori turistici e i produttori delle eccellenze agroalimentari italiane che spesso dipendono da consumi “extra”.
Una crisi lontana può sembrare distante, ma in realtà entra ogni giorno nelle nostre vite, anche attraverso il carrello della spesa. Capire questi meccanismi ci aiuta a leggere meglio ciò che accade e a dare un senso ai cambiamenti che vediamo… anche sullo scontrino.
Adriano Caramia – Componente della Consulta della Mediazione Merceologica di FIMAA Italia – mediatore in olii di oliva



