Il comparto agricolo, nonostante l’importanza non solo economica ma anche culturale che riveste in Italia, sta subendo un processo di desertificazione. Le aziende, in particolare quelle di piccole e medie dimensioni, chiudono. Non si tratta di un semplice processo di sostituzione, di consolidamento, con i grandi soggetti che acquisiscono i più piccoli. Senza dubbio è in atto una trasformazione, è un processo inevitabile come in qualunque altro settore produttivo. E questo, entro certi limiti, non si può negare.
Nel caso delle aziende agricole, però, il bilancio è negativo. Questo perché, la superficie dei terreni coltivati in Italia si sta progressivamente riducendo. È un dato che certifica anche l’Istat, e che vuol dire che ogni azienda che scompare abbandona un campo all’incuria, lo lascia impoverire, desertificare. Uno dei comparti più colpiti è l’ortofrutticolo.
Le aziende che scompaiono
Una fetta consistente delle aziende non è più in grado di sostenere i costi. Le spese per fronteggiare gli eventi atmosferici straordinari – che ormai di straordinario hanno ben poco, visto che le coltivazioni vengono falcidiate prima dalle piogge torrenziali e dalle grandinate record, e poi da interminabili mesi di siccità – sono solo l’ultimo tassello di un quadro già fortemente compromesso.
I produttori ormai fanno fatica a sostenere anche le spese ordinarie di gestione, a iniziare dai costi della manodopera. E chiaramente – problema noto da tempo – non riescono nemmeno a scaricare i costi sui prezzi di vendita, visto che devono accettare le quotazioni imposte dalla Grande Distribuzione. L’unica alternativa che hanno è di non raccogliere la frutta e la verdura.
La crisi del kiwi
Alcune coltivazioni, poi, sono costrette a fronteggiare problematiche specifiche che hanno un impatto economico rilevante. È quanto sta succedendo ad esempio con il kiwi – frutto apprezzato non solo per il sapore, ma anche per le proprietà antiossidanti e anticoagulanti utili a prevenire malattie cardiovascolari – che dal 2012 sta affrontando una grave fitopatia, quella che comunemente viene chiamata asfissia radicale.
L’Italia al momento conserva ancora una posizione di leader a livello mondiale: vanta una produzione media di 4 milioni di quintali l’anno e detiene l’80% del mercato dell’emisfero boreale. La maggiore parte della produzione è concentrata nella provincia di Verona, dove ogni anno si raccolgono circa mezzo milione di quintali di kiwi. Il frutto viene coltivato nella zona compresa tra la riviera del Garda, Bussolengo, Sona, Sommacampagna, Valeggio sul Mincio e Villafranca.
Lo scenario purtroppo sta cambiando velocemente. L’asfissia radicale ha già colpito 8.600 ettari e rappresenta la più grave malattia del kiwi. Anche perché sta flagellando tutte le varietà, sia a polpa verde sia a polpa gialla. Questa fitopatia provoca la marcescenza dell’apparato radicale, la pianta collassa rapidamente e muore nel giro di 3 o 4 settimane.
La conseguenza è che la resa a ettaro è crollata: se si prende come riferimento questo parametro, l’Italia scende alle posizioni più basse nella classifica dei principali Paesi produttori. Le perdite economiche negli ultimi 13 anni sono stimate in 950 milioni di euro per i coltivatori e quasi di 4 miliardi per tutto l’indotto della filiera.
La ricerca va avanti, mentre il Ministero finanzia la riconversione
Allo stato attuale non esiste né una cura né alcuna forma di prevenzione efficace, nonostante si siano cercati di controllare i fattori di rischio, come gli eccessi di acqua nel terreno. I numerosi prodotti fitosanitari utilizzati in ambito sperimentale non hanno sortito benefici significativi o duraturi.
La ricerca però sta andando avanti e si sta concentrando sullo studio di nuovi porta-innesti innovativi e sul possibile impiego di microorganismi benefici come i funghi micorrizici. L’obiettivo è di rafforzare il sistema radicale, migliorandone la resistenza alle infezioni.
Purtroppo è impossibile prevedere quanto tempo ci vorrà per trovare un rimedio, inoltre eventualmente sarà necessario mettere in conto i tempi per sostituire le attuali coltivazioni con quelle più resistenti. Il Ministero dell’Agricoltura intanto ha varato delle misure compensative, offrendo anche dei contributi a fondo perduto alle aziende maggiormente colpite. Gli indennizzi servono a finanziare i reimpianti e, purtroppo, anche la riconversione delle coltivazioni.
Fabio Chemello Membro del Comitato Direttivo della Consulta della Mediazione Merceologica FIMAA Italia – Mediatore in prodotti ortofrutticoli



