C’è una contraddizione evidente che oggi si consuma davanti allo scaffale di qualsiasi supermercato. Da un lato c’è il bilancio delle famiglie, stretto nella morsa di un costo della vita che costringe a cercare a tutti i costi il prezzo più basso. Dall’altro c’è il bilancio di chi quel cibo lo produce, schiacciato da costi di gestione che rendono i prezzi di vendita imposti dal mercato del tutto insostenibili. Trovare un equilibrio tra la necessaria convenienza per il consumatore e il giusto reddito per il produttore agroalimentare non è più un semplice negoziato commerciale. È il grande paradosso economico del nostro tempo.
Per anni il mercato ha alimentato l’illusione che il cibo potesse costare sempre meno, decontestualizzando il prezzo finale dal valore reale della materia prima e del lavoro. La situazione geopolitica attuale ha drammaticamente infranto questo modello. I conflitti internazionali, l’instabilità delle rotte marittime e la volatilità dei mercati energetici non sono dinamiche astratte: si traducono direttamente nell’impennata dei costi dei fertilizzanti, del gasolio agricolo e dei materiali da imballaggio. Per l’agricoltore, produrre è diventato enormemente più caro.
Il corto circuito tra i costi di produzione e i listini di vendita al pubblico
Il corto circuito nasce proprio qui. Mentre i costi fissi nelle campagne continuano a salire a causa di queste spinte globali, la pressione della grande distribuzione per mantenere i listini accessibili al pubblico non permette ai produttori o alle imprese di trasformazione di scaricare a valle gli aumenti. L’anello più debole della filiera si trova così a produrre in perdita. Se la rincorsa al prezzo ultraconveniente per tutelare il potere d’acquisto si traduce nel collasso economico delle aziende agricole, il risparmio di oggi si trasforma in un boomerang.
Nessuno intende demonizzare i beni a basso costo, che nell’attuale contesto socio-economico rappresentano un paracadute fondamentale per le fasce di reddito più fragili. La convenienza è un diritto sociale. Il problema sorge quando il mercato perde la percezione del limite oltre il quale il prezzo basso smette di essere un risparmio efficiente e diventa sfruttamento o distruzione della base produttiva.
Il tema delle importazioni da Paesi terzi
In questo delicato equilibrio si inserisce il tema delle importazioni da Paesi terzi. L’Unione Europea, e in particolar modo l’Italia, non sono autosufficienti in molti settori e dipendono strutturalmente dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime agricole essenziali. Tuttavia, il confronto con i mercati globali mette a nudo la scarsa competitività economica delle nostre filiere. Una debolezza che deriva in gran parte da un fattore preciso: gli elevati standard di tutela sociale, dei diritti dei lavoratori e di salvaguardia ambientale che l’Europa si è data. Queste tutele sono conquiste di civiltà irrinunciabili, ma hanno un costo economico diretto che grava interamente sulle spalle dei produttori europei, penalizzandoli rispetto a concorrenti esteri che operano in regimi nei quali queste tutele non sono del tutto affermate.
L’Unione europea deve cambiare l’impostazione delle politiche di assistenza
Per colmare questo divario, l’Unione Europea deve cambiare radicalmente l’impostazione delle sue politiche di assistenza, elevando la protezione degli approvvigionamenti a rango di interesse politico prioritario. I contributi e i fondi strutturali non possono più essere distribuiti basandosi esclusivamente su freddi parametri di mercato o su rigidi vincoli ambientali fine a sé stessi. Bruxelles deve inquadrare gli aiuti pubblici come uno scudo sociale, esplicitamente orientato a tutelare la stabilità e la sopravvivenza dei milioni di agricoltori europei la cui esistenza dipende da queste produzioni.
Servono meccanismi di sostegno capaci di sganciare la redditività agricola dalle fluttuazioni finanziarie delle borse merci speculative, garantendo la continuità dei flussi alimentari interni e la tenuta del sistema. Dipendere ciecamente dal low-cost estero significa esporre l’intera casa comune europea a ricatti geopolitici intollerabili. Solo se l’aiuto pubblico diventa uno scudo sociale e politico potremo evitare che le conquiste etiche dell’Europa si traducano nel fallimento economico delle sue stesse campagne. Inoltre, abbiamo ormai compreso che i conflitti moderni si combattono non solo con le armi tradizionali o tecnologiche, ma anche attraverso la deviazione mirata dei flussi di approvvigionamento dei beni essenziali.
Occorre una riflessione sulle priorità quotidiane
Tuttavia, l’intervento regolatorio e politico da solo non basta. Per disinnescare la trappola dello scaffale occorre un cambio di pensiero individuale ancor prima che collettivo, una profonda riflessione sulla nostra reale scala di priorità quotidiana. Spesso assistiamo a un paradosso macroeconomico: sacrifichiamo la qualità della spesa alimentare – comprimendo i margini di chi lavora la terra – per finanziare acquisti guidati da una gratificazione immediata, come gadget tecnologici a rapida obsolescenza o beni voluttuari legati a un consumismo istantaneo.
In una fase di forte incertezza e calo della fiducia, in cui gran parte delle famiglie non ha le risorse per fare grandi investimenti immobiliari o scommettere su mercati complessi, la vera svolta culturale deve essere minimale e alla portata di tutti. Significa, molto semplicemente, iniziare a preferire l’essenziale e il durevole rispetto al superfluo usa-e-getta. Scegliere la sostanza del bene primario rispetto all’illusione del superfluo contribuisce direttamente alla rivitalizzazione del tessuto economico europeo. Nel restituire dignità economica a chi produce e consapevolezza a chi acquista potremo garantire un futuro di coesione e stabilità strategica alla nostra Unione.
Adriano Caramia – Componente del Comitato direttivo della Consulta della Mediazione merceologica di FIMAA Italia – Mediatore in olii di oliva



